Il primo incontro
Ho sempre amato la metafora della matrioska per raccontare la musica e la danza dell’Africa occidentale, in particolare il mondo delle percussioni e del djembe. L’ho sempre trovata efficace quando parlo con i bambini, ma non soltanto con loro.
Quando incontri questa musica, la prima cosa che hai davanti è la sua immensità. È come una grande matrioska: puoi guardarla, ascoltarla, girarle intorno, osservarne i disegni, avvicinarti. E tutto questo è molto semplice. È proprio questa la bellezza del primo incontro: la meraviglia. Ma…credi che sia finita lì e invece la bambola si apre e ne esce una più piccola.
Da lontano puoi avere l’impressione che sia tutto facile. In fondo, un tamburo sembra uno strumento semplicissimo: basta batterci sopra le mani. Ma questa impressione appartiene a chi non ha ancora incontrato veramente questa musica.
Quando hai davanti un tamburo e hai consapevolezza di ciò che può fare, non pensi affatto che sia facile. È qui che diventa importante incontrare la persona giusta, qualcuno capace di accompagnarti, di aiutarti ad aprire gli occhi e le orecchie. Qualcuno che ti permetta di cominciare a guardare e ad ascoltare in un altro modo.
Forse il primo passo è proprio riuscire ad ascoltare chi è in grado di accompagnarti, accettando di mettere da parte due categorie che considero inutili: facile e difficile.
Preferisco lasciare sul piatto soltanto ciò che è impegnativo e ciò che non lo è.
Aprire la matrioska
Questa musica è sempre fatta anche di qualcos’altro, di qualcosa che sta dentro o dietro ciò che hai appena incontrato.
Ogni volta che riesci ad aprire una matrioska, ne trovi un’altra al suo interno. È più piccola, ma porta con sé nuovi disegni, nuovi particolari, nuove possibilità di osservazione. E questo movimento sembra non avere fine.
La bambola che hai appena scoperto è realmente più piccola. I suoi disegni diventano più difficili da distinguere, i particolari si intrecciano in uno spazio sempre più ristretto. Eppure può succedere qualcosa di particolare: mentre le bambole diventano più piccole, tu impari a farti piccolo insieme a loro.
Così quella nuova bambola, che da lontano sembrerebbe minuscola, torna a essere grande ai tuoi occhi, affascinante e immensa come la prima.
Ma farsi piccoli non è un automatismo. Non è qualcosa che accade semplicemente perché incontri questa musica, perché impari un ritmo o perché trascorri molto tempo a suonare.
È una capacità che puoi imparare a sviluppare, se riesci a entrare in contatto con il tipo di relazione che questo incontro richiede.
Significa imparare a guardare con altri occhi, ad ascoltare in un altro modo, a osservare senza sentire continuamente il bisogno di formulare domande, a riconoscere quanto sia importante chiedere, ma anche come chiedere.
Significa soprattutto riuscire a non perdere la meraviglia.
Se nel tuo percorso hai compreso che ciò che stai vivendo non si ripeterà mai esattamente nello stesso modo, perché alla base c’è sempre quel particolare momento in cui la musica e la danza prendono forma e prendono vita, allora puoi cominciare a capire che pensarti grande non ti porterà da nessuna parte.
Puoi invece imparare a farti più piccolo della bambola che hai davanti, per continuare a guardarla con gli occhi accesi dalla meraviglia.
La complessità degli sguardi
La complessità di questa musica non è fatta soltanto di spazio e tempo in senso musicale. È fatta anche di spazio e tempo nel senso della vita.
All’inizio incontri delle frasi musicali, dei ritmi, delle danze. Poi, man mano che impari a conoscerli, puoi avvicinarti ai loro significati, ai racconti, alle persone, ai luoghi e alle situazioni in cui quella musica e quella danza prendono vita.
Ma la complessità è fatta anche di un insieme di sguardi.
C’è lo sguardo che ti permette di entrare nell’infinitamente piccolo, di osservare un particolare che prima non riuscivi nemmeno a distinguere. E c’è lo sguardo che ti permette di guardare da lontano, di godere dell’insieme, della sua immensità.
Non sono due sguardi alternativi. Fanno entrambi parte dell’esperienza.
Quando impari a farti piccolo, puoi entrare nei particolari di una matrioska sempre più piccola, ma puoi anche continuare a guardarla come qualcosa di grande. Ritrovi quella stessa dimensione di meraviglia e di familiarità che avevi incontrato davanti alla prima bambola.
Succede qualcosa di simile quando ascolti un’orchestra di percussioni.
Puoi ascoltare l’insieme, lasciarti attraversare dalla musica nella sua interezza. Ma puoi anche imparare a entrare dentro quell’insieme con l’orecchio, fino a distinguere il singolo tamburo, la singola frase, il singolo suono.
E poi tornare ad ascoltare tutto insieme.
La profondità non sta soltanto nell’andare sempre più dentro, ma anche nel mantenere vivi questi diversi sguardi e questi diversi ascolti.
Un universo di matriosche
A volte mi piace immaginare che i disegni dipinti sulla matrioska rappresentino un paesaggio.
Potrebbe essere un luogo reale oppure un luogo ideale.
Ti avvicini per osservarlo meglio e cominci a distinguere particolari che prima non vedevi. Ci sono fili d’erba, piccoli elementi del paesaggio, forme quasi impercettibili.
E tra quei fili d’erba scopri delle piccole famiglie di funghi.
Questa immagine viene da un ricordo molto preciso: i funghi che cercavamo a carponi nei prati di montagna. Erano così piccoli che dovevi spostare delicatamente i ciuffi d’erba per riuscire a vederli. Ma quando ne trovavi una, sapevi che probabilmente lì vicino ce ne sarebbero state altre.
Ecco, mi piace immaginare che quei piccoli funghi siano in realtà altre matrioske.
Allora scopri che non c’è soltanto una successione di bambole, una dentro l’altra. Ce ne sono tante, nascoste nel paesaggio, e ognuna può aprirsi a sua volta.
Ogni ritmo è una matrioska. Ogni danza è una matrioska. A volte persino lo stesso ritmo può diventare due matrioske diverse, perché viene vissuto in due villaggi differenti. Può conservare lo stesso significato, ma prendere vita in modi diversi, dentro relazioni e situazioni diverse, o può suonare allo stesso modo ma vivere di significati diversi.
Quello che sembrava un movimento ricorsivo, l’apertura continua di una bambola dentro un’altra, assume così una dimensione quasi esponenziale.
E allora ti rendi conto che quella prima grande bambola che avevi incontrato non era semplicemente un ritmo.
Era un universo.
Tre semplici colpi
C’è un aspetto che per me è particolarmente importante.
A volte un accompagnamento musicale è costituito da una cellula di appena tre colpi. Tre suoni semplicissimi, che possono essere alla portata anche di un musicista con competenze tecniche limitate.
Ma quei tre colpi possono diventare enormemente impegnativi.
Non perché siano tecnicamente difficili da eseguire, ma perché puoi imparare a liberarli dalle categorie del facile e del difficile, permettendo loro di entrare veramente in contatto e in relazione con il resto della musica.
Tre colpi possono contenere una complessità immensa, concentrata in uno spazio piccolissimo. I loro rapporti, la loro velocità, la loro intensità e il loro intreccio con gli altri suoni possono diventare così sottili da risultare quasi indistinguibili a un ascolto superficiale.
È come guardare i disegni di una matrioska minuscola.
Se hai imparato a farti piccolo, puoi cominciare a distinguere ciò che prima non riuscivi a vedere o ad ascoltare.
E quando ci riesci, scopri che anche quel particolare contiene un’ulteriore profondità.
I bambini e la capacità di farsi piccoli
C’è una distinzione che considero fondamentale.
I bambini non hanno bisogno di imparare a farsi piccoli nello stesso modo degli adulti.
Non si credono arrivati. Hanno la curiosità genuina dell’incontro e quella libertà di non porsi continuamente domande, di non dover ricondurre immediatamente ogni esperienza a ciò che già conoscono, per sentirsi tranquilli, come fanno i grandi.
La capacità di farsi piccoli è invece molto legata al carattere, alla personalità, al modo in cui ci si pone davanti a ciò che si incontra.
Può essere una dote, una disposizione naturale, oppure qualcosa che si impara a coltivare.
Puoi non aver mai incontrato un tamburo ed essere già capace di farti piccolo.
Oppure puoi essere in viaggio con il tamburo da moltissimo tempo, portando nello zaino tante convinzioni, tante certezze, tante idee su ciò che sai e su ciò che sei diventato.
Quello zaino può diventare talmente pesante da impedirti persino di comprendere che cosa significhi farsi piccoli.
Naturalmente, acquisire competenze fa parte del percorso. Più conosci questa musica, più puoi sviluppare strumenti per ascoltarla, comprenderla e viverla.
Ma le competenze, da sole, non bastano.
Entrano in gioco la personalità, l’ego, gli insegnanti che hai incontrato, gli esempi che hai avuto, le esperienze che hai vissuto e forse anche qualcosa di molto profondo della tua storia personale.
Imparare a farsi piccoli può aprire porte che la sola competenza tecnica non è in grado di aprire.
Il dialogo tra il solista e gli accompagnatori
C’è un’altra dimensione che potrebbe sembrare estranea alla metafora della matrioska, ma che per me appartiene allo stesso modo di vivere la musica.
È la relazione tra il solista e gli accompagnatori.
In un’orchestra di percussioni, il gruppo sostiene il solista, offrendogli un continuo stimolo energetico che gli permette di esprimersi al meglio.
Ma non è una relazione a senso unico, né un dialogo che coinvolge soltanto il solista e l’insieme degli accompagnamenti.
Anche altri strumenti, come il dundunba o il sangban, possono prendere parola. Si creano dialoghi che si intrecciano, si incontrano, si trasformano.
Se hai imparato a farti piccolo, puoi vivere sia il ruolo di accompagnatore sia quello di solista con lo stesso approccio: essere parte di qualcosa che sta accadendo.
Il solista è spesso la figura più evidente, quella verso cui si concentra maggiormente l’attenzione. Ma la qualità dell’espressione musicale di quel momento dipende dalla relazione.
Ogni elemento diventa fondamentale perché partecipa a quella relazione, indipendentemente da quanto sia evidente il suo contributo, ma in stretta connessione con il ruolo che svolge nell’insieme.
Ci sono grandi musicisti che trovano il proprio motivo di essere proprio nell’accompagnamento, nella capacità di accendere l’incontro tra la musica e la danza attraverso il solista.
L’energia che accende la scintilla
La mia esperienza mi ha fatto vivere questa relazione anche attraverso una differenza molto evidente di competenze.
Immagino un accompagnatore con una preparazione tecnica limitata, che non ha ancora la pratica necessaria per eseguire frasi particolarmente complesse.
Può però essere capace di entrare profondamente in relazione con il proprio tamburo e con la situazione musicale che sta vivendo.
Se riesce a trovare dentro di sé il contatto necessario per esprimere un accompagnamento semplicissimo con l’energia giusta, anche soltanto una cellula di tre colpi, può diventare parte fondamentale di ciò che sta accadendo.
Dall’altra parte potrebbe esserci un solista straordinario, magari uno dei migliori musicisti della sua generazione.
Eppure quel solista potrebbe trovare proprio in quell’accompagnamento semplice, eseguito con l’energia giusta, lo stimolo capace di accendere la propria espressione.
Quando parlo di un singolo colpo che può ispirare il solista, sto usando a mia volta una sorta di metafora. Quello che voglio dire è che il solista può trarre una forte ispirazione da un accompagnamento anche molto semplice, quando viene suonato nel modo giusto.
E per modo giusto intendo proprio con l’energia giusta, quella necessaria perché si realizzi la connessione.
Allo stesso modo, un musicista che ritiene di possedere grandi competenze potrebbe non essere capace di generare quella stessa relazione.
Non è quindi la quantità di ciò che sai suonare, da sola, a determinare la qualità del tuo contributo.
È ciò che riesci a mettere in relazione con gli altri, in quel particolare momento.
Essere parte della meraviglia
Quando penso a questa dinamica, penso quindi anche a me stesso.
Penso a quelle volte in cui, nel ruolo di accompagnatore, ho potuto guardare negli occhi un solista e vedere in quegli occhi una libertà totale.
In quei momenti ho vissuto la sensazione che l’energia che arrivava dagli accompagnatori potesse contribuire ad accendere la sua scintilla.
La differenza di competenze non aveva impedito quell’incontro. Anzi, mi aveva permesso di riconoscere ancora più chiaramente quanto fosse importante la relazione.
La meraviglia non apparteneva soltanto a chi era più evidente, a chi stava esprimendo la parte musicalmente più complessa.
Apparteneva a ciò che stavamo vivendo insieme.
Tornare alla matrioska
Forse è proprio qui che ritrovo la matrioska.
Farsi piccoli non significa necessariamente suonare meno, sapere meno o occupare meno spazio musicale.
Significa riuscire a vivere il proprio ruolo senza perdere il contatto con ciò che sta accadendo intorno.
Puoi essere un accompagnatore che suona tre semplici colpi oppure un solista capace di esprimere frasi di enorme complessità. Puoi essere all’inizio del tuo percorso oppure avere alle spalle molti anni di esperienza.
In ogni caso, hai davanti qualcosa che non si ripeterà mai esattamente nello stesso modo.
Una musica e una danza che prendono vita in quel momento, attraverso quelle persone, quelle energie e quelle relazioni.
La matrioska, la meraviglia e l’arte di farsi piccoli