La mia esperienza diretta di villaggio è stata limitata nel tempo.
In Senegal ho attraversato dei villaggi, ci sono passato, li ho osservati per qualche ora.
È stato in Guinea che ho trascorso alcune settimane al villaggio, abbastanza per coglierne qualcosa, ma non così tanto da poterne raccontare la quotidianità nel senso pieno del termine.
Non posso dire di aver vissuto un villaggio.
Posso dire di averne assaggiato uno.
Col tempo, però, questo assaggio non è rimasto isolato.
Si è intrecciato con altri incontri, con le pratiche musicali, con le parole, con la documentazione, e più in generale con la mia vita.
Con il tempo é diventato per me un concetto importante, carico di significati anche personali
Da qui nasce il desiderio di costruire una metafora di villaggio che non pretenda di descrivere una realtà antropologica (piuttosto vuole in questo senso incuriosire), ma che provi a nominare una forma dell’esperienza.
Per come l’ho incontrato, vissuto e rielaborato, il villaggio non è un luogo ideale né un modello da riprodurre.
È un insieme di equilibri delicati, che funzionano finché si resta dentro una certa situazione, si riconoscono gli equilibri stessi come tali e soprattutto si ha un obiettivo comune: star bene insieme (concetto anche questo molto ampio)
Una volta fuori, quegli equilibri non sono più scontati, né automaticamente trasferibili.
Uno degli elementi che più mi ha colpito è stato il senso di accoglienza.
Arrivare in un villaggio significa sentirsi accolti.
Non tanto dalle singole persone, quanto dal villaggio stesso, come se fosse un organismo capace di ri-conoscere chi arriva da fuori.
Nella mia metafora, il villaggio è quel luogo che incontri durante il viaggio, in cui, pur non essendo a casa, ti puoi sentire a casa.
Un luogo in cui è possibile rallentare, respirare, sentirsi al sicuro.
Accoglienza e comunicazione, sono inseparabili.
Entrare in un villaggio significa entrare in una dinamica di relazione altra: tra le persone, ma anche tra le persone e l’ambiente, persone ambiente e simboli
Non si tratta semplicemente di accettare usi e costumi diversi dai propri, ma di mettersi nella condizione di stare in relazione in un altro modo.
È una relazione fatta di sguardi diversi, di attenzioni diverse, di posture diverse, di tempi diversi.
Entrarci richiede disponibilità.
E questa disponibilità è, forse, la prima forma di rispetto che apre alla condivisione.
Nella mia metafora, il villaggio non annulla l’individuo.
Al contrario, è il risultato di tante singolarità che restano tali e che, proprio per questo, rendono possibile l’esistenza dell’insieme
Ognuno è necessario non perché funzionale, ma perché unico, e in quanto unico, funzionale
Nessuno é in sé l’intero
L’identità del villaggio nasce dalla relazione tra le differenze, non dalla loro omologazione.
Un altro elemento centrale è il tempo.
Nel villaggio il tempo non è al servizio della produzione.
Non della produzione materiale, né di quella intellettuale o artistica.
Il valore non sta nel risultato, ma nella situazione che si crea mentre si sta insieme.
Questo rende la metafora del villaggio apparentemente semplice.
Ma è una semplicità ingannevole.
Il villaggio, così come lo penso, è un sistema complesso:
cambia con le persone che lo abitano, con il contesto, con il momento.
Non è stabile, non è prevedibile, non è replicabile in serie.
Ogni volta va ri-costruito, ri-negoziato, ri-abitato.
Per questo, quando uso la metafora del villaggio nei miei progetti, nei laboratori con i bambini o nella scrittura, non la intendo come un modello da applicare.
La intendo come una situazione da attraversare, con lo sguardo ad una meta comune
Un invito a rallentare, a stare nella relazione, ad accettare che il senso emerga dall’incontro e non da un obiettivo prefissato.
Un luogo concettuale in cui l’esperienza viene prima della spiegazione e in cui la complessità non viene semplificata, ma abitata.
